lunedì 13 febbraio 2012

Il posto fisso precario

Premetto che sono convinta che se al posto dei 17 anni amministrati da nani e ballerine avessimo avuto la serietà e la pragmaticità di questo governo ci troveremmo in una situazione certo migliore dell'attuale, ma rispetto a quest'ansia di convincerci che il posto fisso non è più di moda, vorrei riferire la mia semplice, personale esperienza.
Nel 2001 vinco un concorso per un contratto a tempo determinato presso una Pubblica Amministrazione.
Nel 2004, in attesa del mio primo bimbo compro una casa, vicino a casa dei miei genitori non perchè desiderassi ardentemente non spostarmi dal quartiere dove sono nata e cresciuta (anonimi palazzoni di una anonima periferia romana), ma perchè la vicinanza a "mamma e papà" avrebbe facilitato molto la gestione del bimbo, e forse, in un futuro, la gestione degli acciacchi della loro vecchiaia.
Sempre "mamma e papà" mi consentono di pagare gran parte del rogito del mutuo.
La banca ovviamente il mutuo non lo concede a me, con la mia busta paga precaria, ma di nuovo a "mamma e papà", pur pagandone le rate io e il mio compagno.
Nel 2007 la Legge Finanziaria stabilisce che io rientro tra coloro che hanno maturato il diritto ad essere stabilizzati.
Nel 2008 mi scade il contratto: la mia Amministrazione mi lascia a casa, e tanti saluti.
Sempre nel 2008 inizio un percorso giudiziario tortuoso, dispendioso, stressante e a tratti deprimente contro la mia Amministrazione, mentre precipito nel baratro del sussidio di disoccupazione, delle centinaia di curricula spediti a vuoto, di domande di concorsi impossibili e colloqui improbabili.
Nel 2009 inizio a barcamenarmi tra Cocopro, assegni di ricerca e Cococo presso l'ufficio dove sono sempre stata, con uguali mansioni, ma da precaria-invisibile.
Nasce, nel pieno dell'incertezza psico-economica, il mio secondo bimbo.
Nel gennaio 2011 con sentenza esecutiva il giudice del lavoro stabilisce che io HO DIRITTO ad essere assunta, cosa che avviene, dopo mesi di passacarte, a dicembre.
Sono ancora in attesa di sentenza definitiva, quindi si può dire che attualmente ho un "contratto indeterminato precario".
Eppure, cambia tutto.
Cambia l'organizzazione familiare: ho meno flessibilità di orari e meno tempo libero, ma anche, incredibilmente, una maggiore efficienza.
Cambia la responsabilità che ho verso i miei incarichi.
Cambiano i riconoscimenti.
Cambia l'atteggiamento dei colleghi.
Cambia la prospettiva di poter mettere da parte qualcosa per fare un giorno qualche spesa in più rispetto allo stretto necessario, ormai ridotto (senza neanche troppi traumi per la verità) allo strettissimo indispensabile.
Cambia la dignità del lavoro.
Cambia la vita il non vedere avvicinarsi la data della scadenza e senza sapere niente fino al giorno prima, e spesso fino a settimane dopo.
Cambia la serenità con cui posso guardare i miei figli, senza l'ansia di non sapere se potrò garantire loro quanto i miei genitori hanno garantito a me.
Quindi sì, sono una privilegiata, o una noiosa monotona, a seconda dei punti di vista: ho un posto fisso, nella mia città, vicino a mamma e papà.
Ma ho vissuto, da donna (vicino ai 40, quindi decisamente poco appetibile sul mercato) e da mamma, tutte le sfumature del precariato per poter dire che preferisco vivere così, barbosamente, che sperimentare intraprendenti e flessibili percorsi lavorativi.
Non essendo parente/amica di nessuno, non ora, non con 2 bimbi e un mutuo, e non in Italia.

mercoledì 8 febbraio 2012

Tra il prima e il poi


E' come quel libro sul comodino un po' impegnativo che prima o poi ricomincerò a leggere.
E' come l'abbonamento in piscina, prima o poi lo rifarò.
E' come quei dvd accumulati, prima o poi qualche sera ce li vedremo.
E' come l'amica che abita lontano, prima o poi la chiamerò e ci faremo una bella chiacchierata.
Questo blog in questo periodo è in quel buco nero tra il prima e il poi.
E' nel limbo dei progetti iniziati, delle idee da attuare, delle tante cose messe in piedi nella mia vita e lasciate in sospeso.
Però è qui, so di poterci tornare quando le maglie dei miei tempi ora molto serrate si allargheranno un pochino. Quando le parole ri-usciranno da sole. Quando avrò di nuovo voglia di condividere e raccontare. Quando avrò bisogno di appuntare come in un diario momenti come quello di queste foto: la bellissima neve del '12 a Roma.
Perchè a volte questo blog mi fa pensare al regalo che feci ai miei nonni anni fa: avevano uno scatolone pieno di foto, un miscuglio di epoche dagli anni '20 al 2000, grandi come francobolli, con dediche dietro, a colori e in bianco e nero...
Comprai un album, e passai diverse serate a riordinare luoghi, date, figli, fratelli, nipoti e amici, con accanto mia nonna che snocciolava aneddoti, dinastie di parenti, ricordi lontani ma lucidissimi. Ogni tanto andando a casa loro trovavo mio nonno che sfogliava l'album, per poi fermarsi a guardarsi intento questa o quella foto, immerso chissà in quali istanti passati.
E allora vedo me, ottantenne, con gli occhiali sul naso e la mano tremante sul mouse (o forse allora basterà il pensiero per aprire un file.. ), sfogliare queste pagine elettroniche come mio nonno sfogliava quell'album, perchè dietro ogni foto c'è una catena di ricordi, e ogni post sarà un tuffo nella memoria di momenti irripetibili e altrimenti persi per sempre.

venerdì 11 novembre 2011

Il mio piccolo "cuor contento"

Volevo dirti che mi fai una tenerezza infinita quando per qualche motivo ti fai male, o cadi, o dai una botta e si vede che vorresti piangere, ma invece ti appoggi da una parte e a bassa voce ti consoli da solo: "Ora mi passa...ora mi passa".
Da chi lo hai imparato? Non di certo da me.
E io ti ammiro per questo.
Sei un ometto forte e coraggioso, ti auguro di affrontare tutte le avversità della vita con questo spirito, con questa autonomia, con la solidità che hai dimostrato di avere da quando sei nato. Perchè tu hai portato equilibrio, hai fatto quadrare il cerchio, hai le spalle larghe, hai il sorriso negli occhi, hai lo sguardo di chi ha capito tutto.

lunedì 7 novembre 2011

¡Cumpleaños feliz!

Con ieri si è chiusa la settimana dei compleanni de los nenes, un appuntamento sempre occasione di divertimento e voglia di stare insieme.
Il nene grande ha avuto così tanti festeggiamenti, al cui confronto la regina di Inghilterra impallidirebbe.
E' stato portato da noi al museo dei bambini con un paio di amichetti, dalla zialaura allo spettacolo di Brachetti e al Castello di Lunghezza (dove c'era una Crudelia Demon molto familiare), ha festeggiato Halloween con gli amici restando per la prima volta a cena fuori con loro, e infine ieri festicciola con amici del cuore e famiglia allargata italo-ispano-cilena, dai 6 mesi del piccolo "Remo" ai 91 di mia nonna. Quest'anno addirittura con la tia Isa venuta dal Cile!
Il nenito non ha avuto le esperienze del fratello, ma per adesso è stato più che soddisfatto: ha spento le sue 2 candeline e si è cantato da solo Cumpleaños feliz!

sabato 5 novembre 2011

Terra!



In una mia vita precedente sono sicuramente stata una contadina.
Con le mani nella terra, la schiena piegata e la faccia cotta dal sole.
Amo la terra.
E' un legame, un'appartenenza, una soddisfazione che passa attraverso la fatica per arrivare ad un prodotto che cresce, che da frutti, che è vivo.
Finalmente, pur rimanendo cittadina di una capitale incasinata da milioni di abitanti, oggi posso dire di aver realizzato un mio piccolo grande sogno.
Abbiamo un orto.
Un francobollo di terra in un parco della periferia romana che posso zappare, rastrellare seminare, innaffiare.
Tutto nostro. Vabbè, è più corretto dire: in affido.
Ma io sono partita in quarta: comprato piantine, zappettato, tolto le gramigne, messo a dimora broccoletti, insalate, bieta e cipolle. E questo è il risultato.
L'esperienza degli orti sociali va al di là dei tanti discorsi oggi in voga sulla sostenibilità ed il recupero urbano. E' la possibilità anche per chi vive da sempre nel cemento di ritornare a qualcosa rimasto nel DNA da chissà quale era: una fatica sana, la voglia di condividere con altri, di scambiare esperienze, di seguire le stagioni, di ritrovare una parte di noi stessi, di seguire un ritmo lento, ma fecondo.
Faticare, seminare, aspettare, raccogliere: una filosofia di vita.

martedì 1 novembre 2011

Siete años

Tu che mi sei cresciuto sotto il naso e non sei più un bambino, ma, direi a tutti gli effetti, un ragazzino.
Tu che sei passato con nonchalance dal piccolo-circo al minibasket, scegliendo per la prima volta in base alle tue passioni e non alle mie proposte.
Tu che torni a casa e ti chiudi nella in camera per sprofondare nella lettura, ricordandomi sempre più una me stessa adolescente.
Tu che vai d'accordo con tutti e attacchi bottone con chiunque.
Tu che hai una memoria da elefante e ti ricordi perfettamente episodi irrilevanti di "quando eri piccolo".
Tu che sei il fratello "grande", ma che a volte hai bisogno di più attenzioni e affetto del piccolo.
Tu che hai i tuoi momenti, che ti girano per un nonnulla e le fai girare a chi ti sta intorno...chissà da chi avrai preso...
Tu che inventi favole bellissime a tuo fratello, che lo proteggi, lo difendi e lo coccoli, finchè non decidi che proprio non lo vuoi più tra i piedi.
Tu che sei adorato da tutte le mamme dei tuoi amichetti.
Tu che non dai mai retta, e in fondo anche questo è il tuo lavoro.
Tu che fai delle foto strepitose, senza sapere neanche cosa è la fotografia.
Tu, piccolo sdentato con tanto di apparecchio.
Tu che spesso prima fai, e poi ci pensi.
Tu che sette anni fa hai fatto nascere una mamma, un papà e una piccola famiglia.
Tu che se ti avessi dovuto sognare, ti avrei voluto proprio come sei, un tipo davvero speciale.
Auguri, mio adorato nene GRANDE!!!

lunedì 31 ottobre 2011

¿Qué haría la democracia?

Aderiamo con grande piacere a questa iniziativa di Sybille.
Primo perchè l'idea è divertente e ... fa riflettere.
Secondo perchè il poster è stupendo e abbellisce molto il nostro bagno.
Terzo perchè ci arriva direttamente da Sybille, una tipa tosta che ci piace molto!
E anche il nenito è d'accordo!

domenica 23 ottobre 2011

Noi e Dahl

Ormai la lettura serale è diventata una piacevole abitudine, un rito speciale che unisce me, il nene grande, e sì, anche il nenito.
Li laviamo, denti, mani, faccia, culetto, li impigiamiamo, altre piccole cure parentali e poi via, a letto.
Io e il nene grande sul letto del nene, il nenito nel lettino accanto a noi.
Luce sul comodino, libro in mano, e si inizia la lettura.
All'inizio il nenito piagnucolava, richiedeva attenzione, non ci facilitava nè la lettura, nè l'ascolto. In molte occasioni stavo per rinunciare a leggere con lui presente, ma per fortuna non ho mollato. Perchè adesso, ad un mese e mezzo dall'inizio dell'esperimento, appena messo nel lettino si sdraia e sta pronto (quasi) in silenzio in attesa della lettura. Ovviamente non capisce le storie, ma ascolta, ogni tanto ripete a pappagallo le parole, e le tira inaspettatamente fuori in altri momenti della giornata. A suo modo, segue.
Leggiamo un quarto d'ora, venti minuti a sera, poi si spenge la luce, bacetto e me ne vado. Dalla sala sentiamo il nene grande che racconta una favola inventata al nenito, poi il silenzio, e un leggero ronfare. Non pensavo che una lettura breve, anche se quotidiana, si sarebbe trasformata così rapidamente in un appuntamento così atteso e goduto da tutti.
Un trucco però c'è stato che ha conquistato il nene grande: abbiamo iniziato con Roald Dahl.
Un autore che in ogni libro sa come appassionare i bambini con storie fantastiche, trovate geniali, avventure rocambolesche, particolari all'apparenza disgustosi, o spaventosi, ma che finiscono sempre per avere risvolti comici e divertenti.
I personaggi dei libri che finora abbiamo letto dimostrano che l'intelligenza, il coraggio e la volontà possono sconfiggere i mostri, le streghe e i giganti più cattivi.
Abbiamo letto "Le streghe", "Gli sporcelli", "Boy" (che non è altro l'autobiografia di Dahl) e con nostro gran dispiacere abbiamo appena finito il "GGG".
Geniale, Geniale, Geniale.

martedì 18 ottobre 2011

Sveglia ragazzi!

Mentre stavamo praticamente scappando dalla manifestazione, in macchina siamo rimasti per qualche minuto bloccati prima di poter attraversare il flusso di un gruppo di manifestanti che aveva deviato su una strada diversa dall'itinerario originale.
Non so se poterli esattamente definire blackbloc, ma erano praticamente tutti vestiti di nero, con caschi in testa, bastoni e spranghe in mano, maschere e sciarpe in faccia. L'abbigliamento che appunto mi chiedevo nel post precedente, come possa passare inosservato davanti alla polizia. Guardandoli da dentro la macchina pur vedendoli conciati così, così numerosi, la mia reazione non è stata di timore, malgrado avessimo i bimbi con noi. Anzi, continuavo a rassicurare il nene grande spaventato raccontandogli che era gente mascherata che andava a festeggiare.
In realtà ero incazzata nera.
Sarei uscita fuori e avrei iniziato a urlare.
Principalmente per un motivo, che è stato confermato dai vari video e foto che sono circolate nei giorni successivi: molti di loro erano pischelli.
Li avrei presi per la collottola, appiccicati al muro e avrei gridato loro: che li capivo, che è ovvia, giusta, sacrosanta la loro rabbia, che li hanno fatti diventare così, che è proprio questo che chi ci governa si aspetta da loro.
La rabbia ha senso solo se la si riesce a trasformare in nuove idee, in arte, in parole, in azioni concrete, in voglia di confrontarsi, di creare insieme, di fare vera politica.
Cosa rimane dopo aver distrutto la vetrina di una banca, bruciato auto di persone come loro, divelto sanpietrini? Di cosa si è fieri? Gli unici risultati sono a breve termine l'aver impedito a tutti gli altri di manifestare, a medio termine le polemiche e le strumentalizzazioni, a lungo termine i danni da pagare, ovviamente a carico di tutti noi.
Ragazzi, come fate a non capire?
In un mondo così sfasciato, fare la rivoluzione non è distruggere, è costruire.

sabato 15 ottobre 2011

Indignati e schifati

Oggi ovviamente c'eravamo. Tutti e quattro, nenito in carrozzino e voglia di partecipare, testimoniare, manifestare e vedere tanti come noi. E come noi ce n'erano davvero tantissimi, centinaia di migliaia.
Purtroppo, come è ormai noto a tutti, la nostra indignazione è stata insabbiata sotto l'idiozia di un mucchio di fascisti che in questa città sono liberi di uscire di casa e circolare muniti di caschi, spranghe, bastoni, maschere antigas senza che nessuna forza dell' "ordine" se ne accorga e li fermi prima di utilizzarli. Un manipolo di imbecilli facilmente manovrabili e strumentalizzabili si è impossessato delle nostre strade, della nostra piazza, del nostro tempo e del nostro diritto di esprimerci.
Siamo dovuti tornare a casa, ma queste scene che ricordano in modo inquietante la disorganizzazione strategica del 2001 genovese, non fermano di certo i pensieri la capacità di organizzarsi, di confrontarsi, di costruire e la voglia di cambiare di quelli che oggi erano lì a manifestare. Questo episodio dimostra ancora di più che l'impegno da prendere è grande, la strada è solo all'inizio ed è tutta in salita, ma è l'unica percorribile.

venerdì 7 ottobre 2011

Punti di vista

C'era un tempo, non troppo lontano, in cui se qualcuno mi proponeva di uscire la sera per un cinema, una cena, una chiacchiera, mi vestito e partivo. Anche alle undici di sera, anche stramorta di stanchezza perchè reduce da nottate di allattamento. E se non potevo proprio uscire, "rosicavo". Quando il nene grande era piccolino ho passato serate e serate a casa incarognita a pensare a cosa faceva nel frattempo la mia amica X o a quell'invito dell'amico Y.
Adesso quella me stessa mi sembra così lontana.
Anche ora se ci sono opportunità esco volentieri.
Ma se no... non me le cerco; e se non posso... va bene lo stesso.
Non ho più quella smania, quell'ansia di perdermi chissà che occasione.
Sto bene a casa, sto bene da sola, sto bene con la mia famiglia.
Sì, sicuramente ho conquistato una certa serenità, una tranquillità, una saggezza che prima non avevo e che mi evita di strafare a tutti i costi, una sana indifferenza per i divertimenti altrui.
A volte però la vedo diversamente, e riconosco che per me questo cambiamento ha anche altre spiegazioni, che hanno a che fare con la stanchezza di avere comunque giornate che cominciano (grazie al nenito) alle 6.30 di mattina, mille impegni quotidiani da incastrare, amiche a loro volta più casalinghe.... tanto che alla prospettiva di uscire la sera il pensiero spesso è: nun je la fò!
In fin dei conti, nonostante i motivi siano svariati in realtà sono riassumibili in una sola parola: si invecchia!
E allora sì, che ricomincio a rosicare!!!